martedì 7 agosto 2007

Fame o fumo?

Trascorro la mia vita, tra gioie e affanni, in una cittadina pigra e convulsa delle Marche, Fermo.
È un luogo dalla storia millenaria rapito dal desiderio tutto marchigiano di avere tutto, subito e senza tante storie (morti e feriti a parte).
Negli anni 60 si era cercato di imitare lo sviluppo industriale della rivale storica, Ascoli Piceno, istallando lungo la vallata del Tenna, naturalmente vocata ad una ricca agricoltura intensiva, dei siti industriali di rilevanza regionale, in particolare uno era lo zuccherificio della Sadam, società saccarifera di dimensione nazionale;
alimentato nel corso dei decenni dal flusso regolare dei finanziamenti comunitari all'agricoltura, lo zuccherificio creava una vera a propria economia a ciclo integrato; gli agricoltori producevano la materia prima, i consorzi lucravano sulla vendita dei prodotti chimici atti alla coltivazione della barbabietola, una fitta rete di terzisti nei lavori agricoli e dei trasporti traevano largo profitto nel periodo della raccolta (agosto-ottobre) un piccolo esercito di operai stagionali integravano durante la stagione, la già nutrita pattuglia dei dipendenti fissi dello zuccherificio (circa 100 persone).
Tutto sembrava andar bene, senza sostanziali scossoni.

Poi, improvvisamente (!?!) l'Unione Europea, nell'ambito degli accordi sulla globalizzazione del commercio, decide che in Europa si produce troppo zucchero da barbabietola e, per crearsi un canale privilegiato con i paesi emergenti, sceglie di importare molto più zucchero di canna.
Questo terremoto coinvolge particolarmente l'industria saccarifera italiana, molto grande e sviluppata. Comunque le imprese ottengono ricchi premi e cotillons, milioni di euro per dismettere le linee produttive e, in più, un grande dono: un canale privilegiato per la produzione di energia, in particolare da biomasse agricole.
Sembra la quadratura del cerchio, il miracolo a portata di mano. Tutti sono contenti: gli agricoltori possono continuare a coltivare senza mettere in discussione tecniche e prodotti, i consorzi possono continuare a realizzare lauti guadagni.
Terzisti agricoli e trasportatori hanno il lavoro assicurato e così una piccola pattuglia di operai e impiegati, sembra veramente un miracolo e in più il valore aggiunto di produrre per "salvare l'ambiente", limitare l'effetto serra.
Insomma siamo tutti più buoni.
Nei giorni scorsi tutta la trafila burocratica, gli accordi tra le varie associazioni, il Comune di Fermo, la società incaricata di produrre energia (sempre del gruppo Sadam) si sono conclusi e ora sembra tutto pronto a partire.
Bene, ma qualcuno di è fatto una domanda?
Tutto questo ha veramente un senso?
Qualcuno ha interpellato un ingegnere del settore delle risorse rinnovabili per fargli fare un calcolo del reale impatto energetico del progetto, della sua reale convenienza?
Possibile che le vite dei dipendenti della Sadam e degli agricoltori della zona siano state usate per assicurare ad una società di dimensioni multinazionali (Sadam-Eridania) un profitto considerevole con, come al solito, i costi a carico della collettività.
Ma qualcuno ha informato costoro che negli ultimi anni molti milioni di ettari di terreni coltivabili sono stati cementificati in tutto il mondo, che sui mercati internazionali cereali e oleaginose, anche a causa della perversione dei biocarburanti, vedono il loro prezzo in forte crescita?
Ci siamo dimenticati che coltivare la terra significa sfamarsi prima di tutto, in questo modo dieci milioni di auto affamano circa duecento milioni di cinesi, siamo ubriachi?
Ma poi, perché?
Tutto il processo produttivo delle biomasse coltivate consuma fortemente energia, inquina, comporta spostamenti di grandi quantità di materie prime, insomma consuma più energia di quanta ne produce, esiste perché tutto ciò viene lautamente finanziato.
Tutto questo invece di procedere all'uso di biomasse a basso impatto (legna) alle quali andrebbero dedicate tutte le terre marginali rimaste incolte nel corso degli anni.
Le biomasse forestali comporterebbero poco impegno per la "coltivazione", permetterebbero di recuperare anidride carbonica netta dall'atmosfera, non consumerebbero terra fertile atta alla ricca agricoltura intensiva, ridurrebbero l'inquinamento derivante dai processi agricoli intensivi, e soprattutto produrrebbero energia "netta" e pulita.
Restiamo in attesa di contestazioni motivate.

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