Si fa un gran parlare di biodiesel o bioetanolo, tutti i paesi del mondo, Kyoto o non Kyoto, effetto serra o meno, sembrano colpiti dalla regolazione come Paolo Di Tarso sulla via di Damasco; sembra incredibile ma anche e soprattutto i due grandi avversari del protocollo di Kyoto, Stati Uniti e Cina, stanno investendo massicciamente sui biocarburanti dirottando una crescente fetta della produzione di cereali e oleaginose verso la trasformazione a fini energetici.
Ciò deve farci riflettere... perché?
Certo, i due paesi, sostengono di aver fatto una scelta di questo tipo per ridurre le emissioni di gas serra, in buona parte dovute ai mezzi di trasporto, a livelli "ragionevoli", ma perché dovrebbero farlo considerando la loro posizione intransigente verso il protocollo di Kyoto?
Perché produrre biocarburanti da biomasse coltivate è il modo migliore per non mettere in discussione un modello di sviluppo giunto al termine della sua crescita.
Infatti l'uso di biocarburanti sostiene lo sviluppo dell'agricoltura chimica, delle tecnologie ogm, lascia intatto il sistema produttivo dei mezzi di trasporto e la catena collegata di approvigionamento energetico.
Pertanto va incontro alle esigenze degli Stati Uniti (surplus produttivo di cereali, soia, mais, forte sviluppo delle tecnologie ogm con relativo mercato, sostegno all'industria automobilistica e petrolifera, fra di loro fortemente collegate, mantenimento del modello di sviluppo sociale, economico e urbanistico fondato sul trasporto individuale "difendiamo lo stile di vita dei Dodo").
La Cina, paese di recente sviluppo con un'industria automobilistica nazionale in forte espansione e con un mercato interno in crescita esplosiva, condivide le medesime scelte degli Stati Uniti.
Con questi presupposti sia gli USA che la Cina hanno avviato un'ambizioso programma di produzione di biocarburanti, trascurando completamente l'eventualità di procedere allo sviluppo di vaste aree forestali coltivate (fonte di metanolo e quindi di idrogeno), bisognose queste ultime di un impiego di materie prime ed energia molto inferiore rispetto all'agricoltura chimica.
Hanno finanziato con generosi contributi e premi alla produzione la realizzazione di impianti di trasformazione di vegetali per carburanti (l'intero Midwest americano è disseminato di questi impianti).
Hanno stretto accordi commerciali, in questo imitati anche dagli europei, con paesi in via di sviluppo, ricchi di aree agricole e di forza lavoro, per produrre materie prime offrendo aiuti e know-how.
A causa di ciò però si sta già avverando la più fosca delle previsioni;
la produzione a livello mondiale di cereali procapite, nonostante sforzi e investimenti, è in lento, per ora, declino dal 1990.
Destinando quote crescenti di materia prima agricola per usi energetici è di conseguenza diminuita la disponibilità di risorse per il consumo umano e l'allevamento di bestiame. Ciò sta provocando un rialzo generalizzato e i prezzi di cereali, piante oleaginose e leguminose industriali e, di conseguenza, in particolare in Cina, va lievitando il prezzo delle carni, soprattutto del maiale (+43%), essenziale per l'apporto di proteine per le popolazioni rurali.
Sembra quasi che non si voglia capire che, nella realtà globale del pianeta, le aree fertili sono una risorsa limitata, bisognosa di cure e a forte rischio.
La stessa massa vegetale si può ottenere con la coltivazione forestale, evitando in questo modo tutti i danni derivanti dall'agricoltura chimica e ottenendo anzi benefici effetti relativi all'ecosistema complessivo.
Tecnologicamente inoltre la scelta delle biomasse forestali imporrebbe una maggiore innovazione dei processi produttivi relativi al trasporto individuale (auto a idrogeno, nuove tecnologie costruttive, novità nella rete distributiva di carburante).
giovedì 7 giugno 2007
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
0 commenti:
Posta un commento