È ormai evidente anche al più sprovveduto e distratto tra gli uomini che la "rivoluzione climatica" è già un fatto.
Allarmi provenienti da istituzioni internazionali, governi, mezzi di informazione, associazioni e organizzazioni non governative si sovrappongono e cercano di far comprendere le dimensioni e la gravità di ciò che accade.
Finora si è discusso molto sulla gravità e sulla natura delle iniziative da prendere:
timide aperture nel campo del risparmio energetico, della produzione di energia da fonti rinnovabili, dei trasporti individuali e collettivi, non hanno modificato la tendenza suicida del sistema economico.
Certo ogni nazione vive la sitazione in un modo diverso, mostra sensibilità differenti, agisce usando leve (fiscali, economiche, culturali) diverse. Ciò è normale e condivisibile; il problema vero è l'incisività, la profondità degli interventi.
Guardando la realtà italiana senza rifugiarci in Islanda (zero petrolio usato nel 2030) o Spagna (leader nella produzione di energia da fonti rinnovabili e delle tecnologie collegate entro pochi anni) si possono notare sostanzialmente due fenomeni; una sostanziale insensibilità della classe impreditoriale con una scarsa capacità di progettare l'evoluzione del sistema produttivo se non in piccole nicchie e per merito di pochi intelligenti capitalisti da un lato e dall'altro una ridottissima fantasia di una classe politica persa in balletti ormai ridicoli e coinvolta in interessi morenti in prospettiva ma ancora forti.
Eppure, come è avventuo in Spagna in questi ultimi anni, è proprio attraverso un intervento di stimolo al sistema ma senza un vero impegno economico-finanziario che si ottengono i migliori risultati.
I provvedimenti del luglio 2005 e del febbraio 2006 messi in atto dal governo Berlusconi sembravano finalmente operare un profondo cambiamento di rotta, premiando sia la micro produzione che le centrali di piccole dimensioni (fino ad 1 MW) diffuse sul territorio.
Sembrava che anche nella produzione di energia finalmente si facesse appello alla capacità tutta italiana di intraprendere in attività di piccole o medie dimensioni fortemente innovative.
Invece nulla di tutto questo è accaduto; la crescita, in particolare nel fotovoltaico c'è stata ma il comportamento dell'A.E.E.G. (Autorità per l'energia) e della GRTN (Società gestore della rete) incaricate dai decreti ministeriali di gestire e controllare tutta l'operazione, è stato fortemente penalizzante in particolare per chi voleva iniziare un'attività di produzione con una potenza impegnata superiore ai 50kW.
Si parla di un rapporto di 1 a 20 di impianti ammessi alla produzione tra quelli aventi i requisiti richiesti: uno scandalo.
Si parla di limitatezza dei fondi quando, a parte il fatto che si parla di circa tre miliardi di euro all'anno, questi vanno a rimpinguare i bilanci di società pubbliche e private che si occupano di produzione di energia attraverso sistemi che certo con il rinnovabile hanno ben poco in comune (raffinerie usano olii pesanti di scarto, società municipalizzate producono energia con i "termovalorizzatori" che usano i rifiuti, inquinano e consumano più energia di quella che producono.
Siamo il paese del non senso al potere.
Sprechiamo il 7% della bolletta (per intenderci vedere la voce A3 in fattura) che paghiamo a ENEL e altri operatori per bruciare i rifiuti o far diventare per i nostri petrolieri un prodotto di scarto prezioso come l'oro.
Può bastare?
E allora che finalmente si dia un po' di spazio a fantasia e innovazione e si propongano idee per spingere cittadini e imprese a cambiare modo di ragionare o ad assumerne.
Ci proviamo?
1. Defiscalizzazione di tutte le attività che producono energia da fonti rinnovabili (e basta). Niente tasse sui ricavi di queste attività.
2. Detraibilità al 100% degli impianti famigliari per la produzione di energia da fonti rinnovabili (questo incoraggerebbe anche la crescita di un ramo produttivo nazionale).
3. Uso dell'IVA come leva per colpire la dilagante tendenza ad usare le merci come beni immateriali; non si può spostare una partita di mele come se fosse moneta elettronica, chi vuole speculare deve vedere colpito il suo progetto.
L'uso di un'IVA "chilometrica" (più il prodotto viaggia, più costa) potrebbe colpire questi inutili spostamenti, incoraggiando l'ambito locale della produzione e riducendo inquinamento e traffico.
4. Certificazione del patrimonio immobiliare in base ai consumi energetici; tutti i dati andranno inseriti nel catasto immobiliare affinché chi compra o vende abbia un riferimento preciso nella valutazione del prezzo, premiando chi è virtuoso e punendo chi non lo è.
5. Creazione di consorzi di produzione di energia obbligatori per le aree industriali e artigianali. Chi vuole usufruire di ampie aree di territorio deve compensare il proprio impatto ambientale, guadagnandoci e offrendo vantaggi validi per tutti.
Non bisogna dimenticare che un intervento profondo, convinto, innovativo è sicuramente un'occasione in più per un'economia come la nostra bisognosa di un profondo rinnovamento e rilancio.
Le risorse, una volta ristabilita la volontà del legislatore sul CIP 6, ci sono ma si possono aggiungere tranquillamente a queste il miliardo e mezzo di euro che inizieremo a pagare dal 2008 a causa del mancato rispetto da parte dell'italia degli impegni sottoscritti con il protocollo di Kyoto (invece di -6% di emissioni di CO2 rispetto al 1990 siamo ad un +14%, una vergogna unica nel mondo occidentale).
Ormai abbiamo solo da guadagnare, soprattutto in termini economici, da un forte impegno nel risparmio energetico e nelle energie rinnovabili, è inutile perdere tempo.
Se siete d'accordo mandate la seguente email al sito del ministero delle attività produttive qui riportato: urp@sviluppoeconomico.gov.it
"Al Ministro Bersani:
Basta panni caldi e tè al limone.
Il malato ha bisogno di cure radicali:
Sole, vento verde e libertà.
Libera la fantasia, fai volare la farfalla."
domenica 6 maggio 2007
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